domenica 10 settembre 2017

I nostri tesori

l'8 settembre, in occasione della festa della patrona di Genuri Santa Maria, è stata promossa una serata con musiche liriche nel  largo tra la  chiesa di San Marco e il nuraghe omonimo. Il nuraghe e la chiesa illuminati hanno reso il luogo ancora più gradevole. Bravi!! Devo fare i complimenti a tutti gli organizzatori (Proloco, Comune, volontari, Parrocchia) per l'iniziativa originale. È stata una serata, per quanto mi riguarda, davvero bella. Come ha giustamente sottolineato il sindaco di Genuri, il nuraghe rappresenta un patrimonio del paese che però, è ancora "quasi" sconosciuto, (anche se ci sono state alcune campagne di scavi). I cantanti che si sono esibiti, sicuramente molto bravi e, nonostante la mia scarsa (molto scarsa!!) preparazione sulla musica lirica, sono tuttavia riusciti a trasmettermi interesse e emozioni. Grazie a tutti voi! La presenza di un pubblico numeroso dimostra quanto è stata gradita la serata e penso che vale la pena ripetere iniziative come questa.

Saluti da                                         

sardo sono









venerdì 23 dicembre 2016

Natale 2016

Ricordi
Ricordo quando andavo alla novena e le strade in paese erano poco (o niente?) illuminate, con buche, pietre sparse quà e là di varie misure; il fango non mancava,  abbinato spesso a quello che "scaricavano" le pecore e i buoi durante il loro passaggio, si otteneva una miscela assolutamente naturale che, con gli di odori poi era perfetta!
Ricordo il giorno di Natale, dopo la conclusione della messa, tutti noi ragazzini e gli adulti, ci avvicinavamo all'altare per baciare il bambino (una piccola statuina) che il prete prendeva dal presepe allestito vicino all'altare e  mentre lui lo teneva in braccio, ognuno si avvicinava e baciava la statuina. Il  tutto accompagnato dal suono dell'organo e dal canto dei fedeli (uomini e donne ).
Ricordo quando mamma faceva il pane, approfittava del forno per tostare le mandorle che poi si consumavano tutti assieme. Per rompere il guscio ci pensava papà. Bbuone, buone!! Il panettone è arrivato qualche anno dopo.
Ricordo che papà andava alla seconda messa mentre mamma (mi sembra ) andava alla prima. Mamma preparava tutta la roba sul letto a papà; lui ignorava completamente dove fosse la sua roba!
Poi partenza verso il nord pieno di fabbriche, di nebbia, di gavetta, di sogni, di vita, di lavoro, di gioventù, di studio, amore, famiglia. Un viaggio stupendo che prosegue nella mia Sardegna sperando che duri ancora tanto!
Tanti auguri di Buon Natale  a tutti! AIO'.

Sardo sono

domenica 2 ottobre 2016

Il nuraghe Santu Antine

Si tratta di una delle più belle e grandiose fra le cosruzioni preistoriche note come «nuraghi»; parola molto antica, con la quale all'incirca venivano chiamati questi monumenti dallo stesso popolo che li eresse, come torri e castelli, a dominio e difesa della Sardegna dal 1300 al 500 circa a. C.  A questo popolo isolano, del quale non conosciamo il nome, si deve pertanto quella che viene appunto chiamata Civiltà Nuragica.
Esso si trova nel comune di Torralba a circa 51 km da Sassari, nell'altopiano del Meilogu e si arriva percorrendo la SS 131 e uscendo al bivio Thiesi - Torralba. Il nuraghe porta il nome di Santu Antine o Santine (cioè San Costantino) ma è più noto con la denominazione popolare di Sa Domo de su Re: la «Casa del Re».
La sua bellezza ha attirato l'attenzione di numerosi studiosi, tra i quali Alberto Ferrero de Lamarmora con una sua illustrazione dove rappresenta il nuraghe con piante, sezioni e prospetti del 1840. Anche l'archeologo Giovanni Spano si interessò più volte al monumento tra il 1854 e il 1867. A Giovanni Pinza si deve nel 1901 la prima illustrazione fotografica.
Solo nel 1935 comunque il nuraghe fu fatto oggetto di appositi scavi archeologici da parte di Antonio Taramelli, limitatamente al monumento principale e ai resti delle abitazioni rettangolari adiacenti di età romana.
Il mastio (torre centrale)
È alto attualmente quasi 18 metri e doveva raggiungere in origine 21 metri. Il diametro di base del cono è di circa 15,5 metri. L'inclinazione della torre è di circa 8°; per confronto, il nuraghe Is Paras di Isili è di 13°, mentre queelo di Barumini è di 10°. È costruito con massi di basalto di provenienza locale. Allego alcune foto che, a mio modesto avviso, consentono solo in parte di apprezzare la bellezza del monumento. In altre parole visitatelo: dal vivo è tutta un'altra cosa!


Sardo sono


martedì 9 agosto 2016

A su fogu a su fogu 2

- Provo tanta amarezza e rabbia nel vedere la nostra isola “vittima” degli incendi appiccati solo per distruggere o (nella migliore delle ipotesi), incendi per incuria, imperizia e ignoranza (da cui scaturisce l’invidia, l'odio, il gusto della distruzione ecc.).
- Gli incendi come le alluvioni sono eventi provocati quasi sempre dalla mano dell’uomo: si pensi, ad esempio, cosa comporta la mancata pulizia del sottobosco intorno agli alberi secolari, alle querce, alla macchia mediterranea.
- Il fuoco oltre a distruggere il bosco, provoca la morte di tante specie di animali; altera l’ecosistema, elimina risorse utili alle comunità come la legna, la fauna di varie specie, a danno della pastorizia e dell'attività venatoria che, se praticata in modo legale, aiuta molto la salvaguardia  di tutta la flora e la fauna.
- Provoca le frane e le inondazioni in caso di piogge abbondanti, perché mancando gli alberi, l’acqua non trova ostacoli e trascina tutto ciò che trova.
- come sarebbe bello:
 -vedere le estati senza evacuazioni di disperati circondati dalle fiamme in estate o dall’acqua in inverno;
-vedere persone che si godono l’ombra delle nostre piante secolari, magari vicino a una sorgente di acqua fresca da bere;
-vedere le persone andare nei boschi per funghi, asparagi, o a passeggio ecc.
-vedere l’attività della caccia svolta nel rispetto della natura e ricca di soddisfazioni per i cacciatori e le comunità.
-considerare la nostra isola, una parte del nostro cortile o soggiorno sempre godibile e sicuro.


Sardo sono

venerdì 5 agosto 2016

I nostri tesori

Noi sardi, avendo subito sempre invasioni straniere, abbiamo perso (o rinunciato?) una parte della nostra storia o, forse abbiamo permesso loro (per incapacità nostre oppure perchè lo straniero di turno era troppo forte) di scrivere la nostra storia secondo i loro interessi economici, la loro lingua e cultura.
Il tesoro più grande che non potrà mai esserci sotratto è la nostra civiltà che più di ogni altra ci caratterizza e cioè le migliaia di nuraghi sparsi per tutta la Sardegna. Su questo tesoro io credo che non dobbiamo più permettere intromissioni, saccheggi, abbandono, incuria ecc.
Questa civiltà che va dal 1800 a. C. fino al 238 a. C., è stata la più moderna per l’epoca per inventiva e per capacità tecnica. Questi nostri antenati, provenienti da tutto il Mediterraneo, li immagino portatori ognuno di conoscenze e capacità proprie che poi nel tempo, immagino, si sono come “fuse” dando poi origine a una volontà unitaria capace di produrre qualcosa come otto – nove mila nuraghi.
Salvaguardare quest’enorme patrimonio non è cosa semplice; tuttavia ci dobbiamo provare e credere! Condivido le iniziative di nur – net e il Mistero dei nuraghi che possono essere visitati su iternet o su facebook.
Soltanto noi sardi possiamo salvare la Sardegna e protrggerla.


Sardo sono

giovedì 4 agosto 2016

A su fogu, a su fogu!

Come ogni estate, ci risiamo. Gli incendi che distruggono tutto quanto trovano nella loro strada: boschi, campi coltivati a grano e altri cereali, case al mare e montagna, aziende artigiane e agricole, animali bruciati vivi, o salvati per miracolo, persone di tutte le età e condizione intrappolate nelle fiamme che fuggono verso qualsiasi parte col terrore di non farcela (come successe a Tempio Pausania). Dopo il passaggio del fuoco, il panorama è desolante, nero, fuligine e cenere sparsa, trasportata dal vento. Ogni forma di vita si ferma. Il paesaggio infonde rabbia, paura, impotenza, rassegnazione. Il fuoco è bello d’inverno per scaldarsi, per arrostire, per raccontare la vita (contus de forredda), per assaggiare il vino novello, per abrustolire il pane accompagnato magari da una fetta di pecorino alla brace, per fare gruppo tra giovani e anziani e tante altre cose che fanno bene al corpo e…allo spirito!

Sardo sono

sabato 28 maggio 2016

I Sardi pocos locos y mal unidos?

di Francesco Casula - Pubblicato il: 23/09/2013

Noto che intellettuali insospettabili e avveduti continuano a ripetere il becero e trito luogo comune sui Sardi pocos, locos y mal unidos, attribuito a Carlo V, ma mai verificato in alcun documento o altra fonte storica. Del resto l’imperatore poco doveva conoscere la Sardegna se non dai dispacci “interessati” dei vice re: solo due volte la visitò direttamente. Nel 1535 quando durante la spedizione contro Tunisi e i Barbareschi sbarcò a Cagliari trattenendosi alcune ore e nell’ottobre del 1541, nella seconda spedizione, questa volta contro Algeri, il più attivo nido dei Barbareschi. In questo caso la flotta imperiale sostò in Sardegna: ma non – come ebbe a sostenere Carlo V – per visitare Alghero, dove passò la notte del 7, bensì per esserne abbondantemente approvvigionato, a spese della popolazione della città catalana e dell’intero sassarese. Ma tant’è: tale luogo comune – a prescindere da Carlo V – è stato interiorizzato da molti sardi, con effetti devastanti, specie a livello psicologico e culturale  (vergogna di sé, complessi di  inferiorità, poca autostima, voglia di autocommiserazione e di lamentazione) ma con riverberi in plurime dimensioni: tra cui quella socio-economica. I Sardi certo sono pocos: e questo di per sé non è necessariamente un fattore negativo.  Ma non locos: ovvero stolti, stolidi e men che meno imbecilli. Certo le esuberanti creatività e ingegnosità popolari dei Sardi furono represse e strangolate dal genocidio e dal dominio romano.  Ma la Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico  Meloni. E non fu annientata. La resistenza continuò. I Sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos. Certo con catalani, spagnoli e piemontesi furono di nuovo dominati e repressi: ma dopo secoli di rassegnazione, a fine Settecento furono di nuovo capaci ai alzare la schiena e di ribellarsi dando vita a quella rivoluzione antifeudale, popolare e nazionale che porrà la base della Sardegna moderna.
Certo, si è tentato in ogni modo di scardinare e annientare lo spirito comunitario, la solidarietà popolare, quella pluralità di reti sociali e di relazione che avevano caratterizzato da sempre le Comunità sarde con variegati sistemi e costumi solidaristici e di forte unità: basti pensare a s’ajudu torrau o a sa ponidura: costumanza che colpirà persino un viaggiatore e visitatore come La Marmora che [in Viaggio in Sardegna di Alberto Della Marmora, Gianni Trois editore, Cagliari 1955, Prima Parte, Libro primo, capitolo VII., pagine 207-209] scriverà:”. Fra le usanze dei campagnuoli della Sardegna, alcune sono degne di nota e sembrano risalire all'antichità più remota : citeremo le seguenti.
Ponidura o paradura. –  Quando un pastore ha subito qualche perdita e vuol rifare il suo gregge, l'usanza gli dà facoltà di fare quel che si dice la ponidura o paradura. Egli compie nel suo villaggio, e magari in quelli vicini, una vera questua. Ogni pastore gli dà almeno una bestia giovane, in modo che il danneggiato mette subito insieme un gregge d'un certo valore, senza contrarre alcun obbligo, all'infuori di quello di rendere lo stesso servizio a chi poi lo reclamasse da lui…” 
Così le identità etnico-linguistiche, le specialità territoriali e ambientali, le peculiarità tradizionali, pur operanti in condizioni oggettive di marginalità economica sociale e geopolitica permangono. I Sardi infatti, nonostante le tormentate vicende storiche costellate di invasioni, dominazioni e spoliazioni, hanno avuto la capacità di metabolizzare gli influssi esterni producendo una cultura viva e articolata che ha poche similitudini nel resto del mediterraneo. Basti pensare al patrimonio tecnico-artistico, alla cultura materiale e artigianale, alla tradizione etnico-musicale connessa alla costruzione degli strumenti, alla complessa e stratificata realtà dei centri storici e delle sagre, agli studi sulla realtà etno-linguistica, alla straordinaria valenza mondiale del patrimonio archeologico e dei beni culturali, all’arte: da quella dei bronzetti a quella dei retabli medievali; dagli affreschi delle chiese ai murales, sparsi in circa duecento paesi; dalla pittura alla scultura moderna.
Ma soprattutto basti pensare alla Lingua, spia dell’Identità e substrato della civiltà sarda. Entrambe non totem immobili (sarebbero state così destinate a una sorte di elementi museali e residuali) ma anzi estremamente dinamiche. La poesia, la letteratura, l’arte, la musica, pur conservando infatti le loro radici in una tradizione millenaria, non hanno mai cessato di evolversi, aprirsi e contaminarsi, a confronto con le culture altre. Soprattutto questo avviene nei tempi della modernità, a significare che la cultura sarda non è mummificata. Anche il diritto consuetudinario – padre e figlio di quel monumento della civiltà giuridica che è la Carta de Logu – si è trasformato nel tempo, anche se la sua applicazione concreta (per esempio il cosiddetto “Codice barbaricino”) è da un lato costretta alla clandestinità e dall’altro a una restrizione alla società del “noi pastori”. Solo la crescita e l’affermarsi di studiosi, sardi non tanto per anagrafe quanto per autonomia dall’accademia autoreferente, ha fatto sì che gli elementi fondanti la cultura e la civiltà sarda passassero dall’enfasi identitaria alla fondatezza scientifica. Alla straordinaria ricchezza culturale sono tuttavia spesso mancati, almeno fin’ora, i mezzi per una crescita e prosperità materiale adeguata. Oggi, dopo il sostanziale fallimento dell’ipotesi di industrializzazione petrolchimica, si punta molto sull’ambiente e sul turismo, settore quest’ultimo sicuramente molto promettente, purché si integri con gli altri settori produttivi, ad  iniziare da quelli tradizionali come l’agricoltura, la pastorizia e l’artigianato. La struttura economica sarda infatti è sempre stata fortemente caratterizzata dalla pastorizia, che oggi però con i suoi quattro milioni di pecore, sottoposta com’è a processi di ridimensionamento dalle politiche dell’Unione europea, rischia una drammatica crisi.

martedì 15 marzo 2016

Idi di marzo

Gaio Giulio Cesare

Il primo triumvirato, l'accordo privato per la spartizione del potere con Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso, segnò l'inizio della sua ascesa. Dopo la morte di Crasso (Carre, 53 a.C.), Cesare si scontrò con Pompeo e la fazione degli Optimates per il controllo dello stato. Nel 49 a.C., di ritorno dalla Gallia, guidò le sue legioni attraverso il Rubicone, pronunciando le celebri parole «Alea iacta est», (“il dado è tratto”) e scatenò la guerra civile, con la quale divenne capo indiscusso di Roma. Alla vigilia dell'omicidio, Calpurnia, la moglie di Cesare, donna del tutto priva di superstizioni religiose, fu sconvolta da sogni in cui la casa le crollava addosso, e lei stessa teneva tra le braccia il marito ucciso. Lo stesso Cesare sognò di librarsi nell'etere, volando sopra le nubi e stringendo la mano a Giove. Il giorno successivo, quello delle Idi di marzo, il 15 del mese, Calpurnia pregò dunque Cesare di restare in casa, ma quegli, che la sera prima aveva detto, a casa di Lepido, che avrebbe preferito una morte improvvisa allo sfinimento della vecchiaia, sebbene si sentisse poco bene, fu convinto dal congiurato Decimo Bruto Albino a recarsi comunque in senato.
Entrato in senato, si andò a sedere ignaro al suo seggio, dove fu subito attorniato dai congiurati che finsero di dovergli chiedere grazie e favori. Mentre Decimo Bruto intratteneva il possente Antonio fuori dalla Curia, per evitare che prestasse soccorso, al segnale convenuto, Publio Servilio Casca Longo sfoderò il pugnale e colpì Cesare al collo, causandogli una ferita superficiale e non mortale. Cesare invece, per nulla indebolito, cercò di difendersi con lo stilo che aveva in mano, e apostrofò il suo feritore dicendo: "Scelleratissimo Casca, che fai?" o gridando "Ma questa è violenza!" Casca, allora, chiese aiuto al fratello, e tutti i congiurati che si erano fatti attorno a Cesare si scagliarono con i pugnali contro il loro obiettivo: Cesare tentò inutilmente di schivare le pugnalate dei congiurati, ma quando capì di essere circondato e vide anche Bruto farglisi contro, raccolse le vesti per pudicizia e alcuni dicono si coprisse il capo con la toga prima di spirare, trafitto da ventitré coltellate. Cadde ai piedi della statua di Pompeo, pronunciando le ultime parole che sono state riferite in vario modo:
  • Tu quoque, Brute, fili mi! ("Anche tu Bruto, figlio mio!").

Svetonio gli attribuisce numerose relazioni, che gli costarono anche notevoli somme di denaro; lo stesso autore dice peraltro che il suo più grande amore fu Servilia Cepione, madre di Marco Giunio Bruto, che fu sua amante per moltissimi anni ed alla quale fece favolosi doni. Proprio questo rapporto sarebbe all'origine della celebre frase sopra citata e pronunciata nei confronti di Bruto mentre veniva colpito da quest'ultimo.

venerdì 19 febbraio 2016

Dicono di noi

Cicerone (106 - 43 a. C.)
Un ex governatore della Sardegna, Aemilio Scauro, era stato accusato di aver imposto tre decime (tasse) di cui due erano autorizzate da Roma, la terza l'aveva stabilita lui per intascarsela. Scauro per quest'abuso fu processato. Al processo, che si celebrò a Roma, testimoniarono contro di lui 120 sardi. Cicerone coprì d'insulti tutti quanti sostenendo: "come si può dare ascolto e credibilità a questi sardi pelliti (vestiti con le pelli) che non sanno neppure parlare il latino". Non esita a dipingerli come ladroni con la mastruca (un giaccone lungo in pelle di capra o pecora); i suoi giudizi sulla Sardegna e sui sardi furono infamanti e insultanti. I sardi furono considerati inaffidabili e disonesti. Scauro fu assolto. Furono screditati i testimoni e l'intero popolo sardo compresa la  la sua origine. Cicerone filosofo, scrittore, avvocato e politico non si discute; sull'etica professionale e morale, con il suo tempo, sembra un processo accaduto ieri!

Sardo sono

martedì 24 novembre 2015

Sa scomuniga de predi Antiogu arrettori de Masuddas.

E’ un Capolavoro della cultura popolare, scritto nella seconda metà del 1800 in lingua sarda nella variante campidanese della Marmilla, in versi. Predi Antiogu, è vittima nel corso di una notte di un furto di bestiame. Non si conosce l’autore di quest’opera. Potrebbero essere un sacerdote stesso conoscitore dell’ambiente, o un avvocato anch’egli conoscitore dell’ambiente.
Propongo alcuni passi del poema, molto divertenti. Suggerisco di leggere più  volte (diciamo due) i versi, poiché noi sardi non siamo tanto abituati a leggere il sardo!
5-10 Populu de Masuddas, chi a s’ora de accuiai is cabonis e is puddas, basseis a scrucullai, donaimì attenzioni po totu su chi si nau, si ap’a tenni arrexoni de ciccai is crabas mias, ca funti già dua bias chi dd’appu fatu notorio e custu ad essi su trezzu e uttimu monitoriu.
20-25-30 Po cuddus chi no ddu scint, obrascendi a sa di binti de su mesi chi ddu e’ bassiu, ind’una notti ‘e scuriu, facci a su spanigadroxu a i’ duas oras po is tresi fuanta prus de cincu o sesi, chi a pistoa e a scupetta, passau’ funti in Genn’eretta, s’ecca ant assatillau e is crabas nd’anti liau de mimi su Vicariu; ch’e sagundu su summariu chi ddu’ a’ fattu me in Curia su missennori  Notariu…
45-50-55 Auncas arzeus sa ‘oxi: is crabas fuanta doxi senza chi sianta contadas cuattru brabeis angiadas i atras tres allanttantis chi cincu dis innantis po essi troppu pittias i si ddui fuanta istruias. Ddui fud u’angioneddu senza de teni s’annu, chi a paxi su scureddu, no podia mancu bassi, ca ddi luxia’ su piu de cantu fu’ grassu, ni a de notti ni ade di.
55-60-65-70-75 Ddui fu’ su crabu mannu, ddui fu’ su mascu ‘e ghia e u’antru, chi ndi tenia chi donni’ annu, po Pasca, senza nienti de malu, a una gomai mia ndi fadia, s’arregallu. E po tali sinnali pottanta is pegus mius totus sa gutturada. Pottada su crabu sou, po chi essi’ fattu scidu, sonalla e pitaio. Su tontu! A no ai sonau candu ndi ddanti liau, ca ndi fuia bassiu cun sa daga e is trumbonis, ca si ant’essi cagau po finzas is crazonis.

Sardo sono

mercoledì 11 novembre 2015

La nostra storia

Letteratura sarda a cura del Prof. Francesco Casula. Presso Università della terza età – Sanluri

L’argomento è stato trattato con grande lucidità e passione. Non è vero che la letteratura è materia riservata ai letterati, scrittori poeti ecc. La letteratura dobbiamo vederla e intenderla come la rappresentazione della vita materiale e spirituale di un popolo. E quel’è lo strumento con cui la letteratura cammina? La sua lingua! La Sardegna ha vissuto e subito tante dominazioni: cartaginesi, romani, vandali, bizantini. Con i Giudicati (o regni) la Sardegna ha conosciuto un periodo di autonomia sovrana e grazie a essa, la lingua sarda è stata utilizzata in tutti gli ambiti della vita pubblica, privata ed ecclesiastica. In lingua sarda si scriveva nei monasteri (i famosi condaghi). Questi erano registri sulle attività del monastero tipo acquisti, vendite, pagamenti ecc. Uno spaccato della vita economico – sociale del tempo. I dominatori che si sono succeduti nel corso dei secoli, hanno imposto la propria lingua (e con essa la loro cultura) relegando la nostra a un ruolo marginale e consentendo per forza soltanto la parlata orale; la scrittura invece è stata messa “all’angolo”, nascosta il più possibile. Eppure abbiamo un patrimonio letterario di grande valore che, soprattutto grazie a scrittori, intellettuali della nostra terra, questo patrimonio ha ripreso a camminare. Noi sardi e amanti della Sardegna dobbiamo diventare veicolo di diffusione della nostra lingua verso le nuove generazioni. Respingiamo l’opinione purtroppo diffusa secondo la quale si ritiene che convenga studiare le lingue straniere (l’inglese soprattutto). Niente di più sbagliato! Sapere più lingue è sempre una risorsa in più.

Unu saludu da

Sardo sono

giovedì 8 ottobre 2015

Mia madre

Eugenia mia
Ieri 7 ottobre era il giorno della tua di nascita. L’anno: 1920.

Mia madre

Eugenia mia, quanti ricordi! Oggi posso dire tutti belli. Anche se tu eri autoritaria, ma, col tempo ho capito che era a fin di bene. GRAZIE!
Ricordo…
-Quando all'età di cinque - sette anni, non avevo molto appetito, mi "obbilgavi" a mangiare "amarolla"(per forza). Mi portasti anche da uno specialista a Cagliari il quale mi prescrisse delle punture e una medicina chiamata "olio di fegato di merluzzo". Putzzi, putzzi!
-Quando la domenica mi facevi il bagno davanti al fuoco e mi aiutavi a vestirmi per andare a messa.
-Quando dopo il tramonto (verso l'ora di cena) mi mandavi alla bottega di alimentari a comprare i fiammiferi, oppure "duasa o tresi unzasa de cunserva"(due o tre once di conserva)
-Quando all'ora di cena non mi vedevi tornare e uscivi a cercarmi; tu mi chiamavi a voce alta in paese, in periferia e nella vicina campagna. Io ti sentivo ma non avevo il coraggio di risponderti e allora correvo a casa arrivando prima di te. Tu, quando tornavi (non certo contenta del mio comportamento!) me le suonavi...una musica nella schiena e nel sedere.
-Quando mi mandavi a tagliarmi i capelli. Mi dicevi: "Naraddi a su brabieri de ti tundi a s'umberto"(digli di farteli all'umberto, cioè a spazzola). Una volta, dpo che il barbiere mi aveva tagliato i capelli, i clienti presenti (tutti adulti) dicevano che mi aveva rapato a zero. Siccome allo specchio non ci arrivavo, non potevo controllare (ovviamente era uno scherzo, ma io c'ero cascato). Corro a casa quasi piangendo. Tu appena mi vedesti: " puita sesi prangendi"? (perchè stai piangendo?) Io: "m'anti tundiu a rasu"(m'hanno rapato a zero). La tua reazione: "ge se pagu stramu! Castiadi in su sprigu" (quanto sei tonto! Guardati allo specchio).
-Quando andavo a trovare Luciano Porru il calzolaio. Un giorno mi taglio un dito con il trincetto (lama affilatissima). Vedendo il sangue mi spaventai. Luciano e il suo apprendista incominciano: "cessu ti morrisi cun didu atottu"!(muori con il dito). Scappo di corsa a casa, tu mi vedi spaventato con il dito insanguinato e mi chiedi "ita asi fattu?" Io: "ziu Lucianu m'adi nau ca morru cun didu atottu". Mamma ero proprio un...boccalone. Tu dicesti: "Stramu da Gesu Cristu".
-Quando andai a fare il pastorello a Turri a casa dei fratelli Atzori (Dino e Paolo). Rientrai a casa dopo qualche settimana per cambiare la roba personale utilizzata con altra pulita, e scoprì che nonno Masala era morto. Era il 1961.
-Quando andavo a giocare nella trebbiatrice, ferma nell'aia con un figlio del prorpietario e altri coetanei. Mentre stavamo curiosando e armeggiando mi schiaccio il pollice della mano sinistra. Torno a casa con l'unghia a penzoloni. Dolori, dolori. Tu mi medicavi tutti i giorni con tanta pazienza a attenzione.
-Quando abitavamo in casa di nonno Piras, iniziai a frequentare le elementari. Ricordo che quando facevo i compiti prendevo la matita con la mano sinistra. Nonno mi dava all'improvviso certi schiaffoni sulla nuca che... era un piacere! Risultato: ho imparato a scrivere con la destra!
po’ oi bastat
Un saluto da Armando

Sardo sono  

mercoledì 16 settembre 2015

Ademprivio

Per ademprivio s’intendeva in Sardegna, e tuttora in diritto, un bene di uso comune, generalmente un fondo rustico di variabile estensione, su cui la popolazione poteva comunitariamente esercitare diritto di sfruttamento, ad esempio per legnatico, macchiatico, ghiandatico o pascolo. Il termine, usato al modo latino (ademprivia), ma apparso intorno al XIV secolo, fu diffuso in Sardegna dai sovrani giudicali durante il loro dominio sull'isola e mutuava istituti analoghi già in uso in aree comprese fra la Provenza e la Catalogna.
Un'altra descrizione minuziosa venne, dal generale Alberto Della Marmora, che la Sardegna esplorò a fondo come commissario straordinario e soprattutto come geografo d’intensa attenzione. Scrisse il militare in Voyage en Sardaigne: "Si chiama vidazzone una porzione di terra coltivata a cereali per un anno."Il generale fornì anche nozioni utili per la linguistica, precisando che il contrapposto termine di paberile si riferiva alle terre lasciate a riposo, mentre il vidazzone era propriamente il terreno seminato o già in piena vegetazione.


Sardo sono

venerdì 31 luglio 2015

A SU FOGU A SU FOGU!

Come ogni estate, ci risiamo. Gli incendi che distruggono tutto quanto trovano nella loro strada: boschi, campi coltivati a grano e altri cereali, case al mare e montagna, aziende artigiane e agricole, animali bruciati vivi, o salvati per miracolo, persone di tutte le età e condizione intrappolate nelle fiamme che fuggono verso qualsiasi parte col terrore di non farcela (come successe a Tempio Pausania). Dopo il passaggio del fuoco, il panorama è desolante, nero, fuligine e cenere sparsa, trasportata dal vento. Ogni forma di vita si ferma. Il paesaggio infonde rabbia, paura, impotenza, rassegnazione. Il fuoco è bello d’inverno per scaldarsi, per arrostire, per raccontare la vita (contus de forredda), per assaggiare il vino novello, per abrustolire il pane accompagnato magari da una fetta di pecorino alla brace, per fare gruppo tra giovani e anziani e tante altre cose che fanno bene al corpo e…allo spirito!


Sardo sono

mercoledì 29 luglio 2015

La lingua sarda

La nostra lingua, pur avendo subito l’influenza degli stati che ci hanno invaso e dominato, è sopravvissuta a tutto e a tutti! Hanno esercitato tutta l’influenza attraverso il divieto di parlare e scrivere in sardo. Ho sentito in età infantile genitori rimproverare i propri figli perché si esprimevano in sardo. Allucinante! Personalmente, non do la colpa (tutta) a questi genitori che ritenevano di fare il bene dei propri figli incitandoli e richiamandoli a parlare l’italiano (a volte volava anche qualche schiaffo!), ma ai dominatori di turno che avevano tutto l’interesse a far “dimenticare” e sostituire con la loro lingua la nostra. La mancanza più grave è la scarsa conoscenza nella scrittura; tutti noi abbiamo imparato a parlare il sardo dai nostri genitori, nonni, parenti, vicini di casa. In mancanza di una scuola è naturale avere difficoltà a scrivere e leggere il sardo. Personalmente non condivido, anzi respingo l’opinione secondo cui il sardo non serve perché oggi si parla inglese e altro. Ritengo invece che la lingua sia l’anima di un popolo, la sua memoria, la sua identità. Sapere l’inglese e pure il sardo equivale a essere cittadino del mondo in Inghilterra (esempio) e in Sardegna o ovunque c’è un sardo o un inglese!


Sardo sono 

mercoledì 27 maggio 2015

Vienna – alcune impressioni

Durante il breve soggiorno ho visto tanta gente, fiumi di persone in tutte le direzioni. Traffico abbastanza sostenuto, gli autobus sempre pieni, le persone davanti al semaforo pronte a attraversare non appena diventava verde. I locali pubblici sempre pieni, le piazze, le isole pedonali, i parchi, insomma tante persone ovunque mi girassi. La residenza dell’ex casa regnante (gli Asburgo) è tanto vasta a… perdita d’occhio, quasi senza…confini! Tutti i palazzi sono curati e salvaguardati nei minimi dettagli. Sorveglianti dappertutto, in divisa e attenti a tutti e su tutto. Ho visto giardinieri, restauratori in alcuni ambienti, al lavoro. Insomma, posso dire una vera industria! L’interno dei palazzi è sempre pieno di visitatori provenienti da tutto il mondo, accompagnati dalle guide turisitiche preparate per raccontare la storia dei palazzi, le opere d’arte, dei regnanti e delle autorità alle loro dipendenze. Il turismo, penso che rappresenti una delle principali ricchezze per la nazione. Tutto ciò che ho visto, ha rafforzato ulteriormente in me la convinzione che la tutela, la valorizzazione e diffusione del nostro patrimonio archeologico e artistico rimane una scelta strategica dell’Italia e in particolare della nostra Sardegna. Vorrei che imparassimo a considerare il nostro patrimonio, un bene prezioso sia perché è la nostra storia sia perché può diventare la nostra fonte di benessere.

Sardo sono

altre foto per tutti!














domenica 24 maggio 2015

venerdì 15 maggio 2015

le nostre torri

-Ogni volta che osservo i nostri nuraghi, provo a immaginare i costruttori mentre edificano sovrapponendo i blocchi a secco, rispettando sempre la forma circolare, e l’inclinazione tronco conica. La sapienza con cui i massi sono scelti, grandi le prime file e salendo in altezza blocchi di dimensioni minori. Apparentemente sembrano cose ovvie, forse lo sono! 
-Immagino poi il trasporto e la movimentazione dei blocchi di pietre pesanti parecchi quintali o anche di più. Per non parlare della scelta del posto su cui costruire! Tutti i nuraghi li troviamo in posizione elevata rispetto alla zona circostante e vicino a sorgenti, ruscelli o fiumi (Nuraghe Arrubiu – Orroli, Flumendosa; Nuraghe di Barumini, rio Mannu; nuraghe di Genuri, rio della Giara). 
-Bisogna riconoscere ai nostri antenati grande conoscenza e capacità di controllo del territorio. Noi sardi abbiamo avuto in “eredità” un patrimonio unico al mondo. Come tutte le eredità però bisogna valorizzarle attraverso la conoscenza e la diffusione.


Sardo sono

martedì 24 marzo 2015

nuraghi






Propongo alcune foto di nuraghi disposti nell'ordine partendo dall'alto: nuraghe di Suelli all'interno; Ingresso al nuraghe Cuccurada di Mogoro (l'ho sempre trovato chiuso); nuraghe di Siurgus Donigala (al centro dell'abitato!); nuraghe di Suelli l'attuale torre centrale; nuraghe (ciò che resta) sul ciglio della giara di Setzu o Genoni (?). Monumenti del nostro passato.
sardo sono

mercoledì 18 marzo 2015

nuraghi

Oggi ho visitato un nuraghe all'uscita da Villaurbana, vicino alla strada provinciale (lato destro) direzione Oristano. Costruito con pietre di basalto, intorno alla torre emergono dei resti che penso si riferiscano ad altre torri annesse a quella esistente. Mi sembra che non è mai stato oggetto di scavi archeologici; per arrivare al nuraghe si attraversa un terreno coltivato. Non mi sembra che c'è una strada di accesso (?). E' bellissimo!! Allego alcune foto.
sardo sono