venerdì 23 dicembre 2016

Natale 2016

Ricordi
Ricordo quando andavo alla novena e le strade in paese erano poco (o niente?) illuminate, con buche, pietre sparse quà e là di varie misure; il fango non mancava,  abbinato spesso a quello che "scaricavano" le pecore e i buoi durante il loro passaggio, si otteneva una miscela assolutamente naturale che, con gli di odori poi era perfetta!
Ricordo il giorno di Natale, dopo la conclusione della messa, tutti noi ragazzini e gli adulti, ci avvicinavamo all'altare per baciare il bambino (una piccola statuina) che il prete prendeva dal presepe allestito vicino all'altare e  mentre lui lo teneva in braccio, ognuno si avvicinava e baciava la statuina. Il  tutto accompagnato dal suono dell'organo e dal canto dei fedeli (uomini e donne ).
Ricordo quando mamma faceva il pane, approfittava del forno per tostare le mandorle che poi si consumavano tutti assieme. Per rompere il guscio ci pensava papà. Bbuone, buone!! Il panettone è arrivato qualche anno dopo.
Ricordo che papà andava alla seconda messa mentre mamma (mi sembra ) andava alla prima. Mamma preparava tutta la roba sul letto a papà; lui ignorava completamente dove fosse la sua roba!
Poi partenza verso il nord pieno di fabbriche, di nebbia, di gavetta, di sogni, di vita, di lavoro, di gioventù, di studio, amore, famiglia. Un viaggio stupendo che prosegue nella mia Sardegna sperando che duri ancora tanto!
Tanti auguri di Buon Natale  a tutti! AIO'.

Sardo sono

domenica 2 ottobre 2016

Il nuraghe Santu Antine

Si tratta di una delle più belle e grandiose fra le cosruzioni preistoriche note come «nuraghi»; parola molto antica, con la quale all'incirca venivano chiamati questi monumenti dallo stesso popolo che li eresse, come torri e castelli, a dominio e difesa della Sardegna dal 1300 al 500 circa a. C.  A questo popolo isolano, del quale non conosciamo il nome, si deve pertanto quella che viene appunto chiamata Civiltà Nuragica.
Esso si trova nel comune di Torralba a circa 51 km da Sassari, nell'altopiano del Meilogu e si arriva percorrendo la SS 131 e uscendo al bivio Thiesi - Torralba. Il nuraghe porta il nome di Santu Antine o Santine (cioè San Costantino) ma è più noto con la denominazione popolare di Sa Domo de su Re: la «Casa del Re».
La sua bellezza ha attirato l'attenzione di numerosi studiosi, tra i quali Alberto Ferrero de Lamarmora con una sua illustrazione dove rappresenta il nuraghe con piante, sezioni e prospetti del 1840. Anche l'archeologo Giovanni Spano si interessò più volte al monumento tra il 1854 e il 1867. A Giovanni Pinza si deve nel 1901 la prima illustrazione fotografica.
Solo nel 1935 comunque il nuraghe fu fatto oggetto di appositi scavi archeologici da parte di Antonio Taramelli, limitatamente al monumento principale e ai resti delle abitazioni rettangolari adiacenti di età romana.
Il mastio (torre centrale)
È alto attualmente quasi 18 metri e doveva raggiungere in origine 21 metri. Il diametro di base del cono è di circa 15,5 metri. L'inclinazione della torre è di circa 8°; per confronto, il nuraghe Is Paras di Isili è di 13°, mentre queelo di Barumini è di 10°. È costruito con massi di basalto di provenienza locale. Allego alcune foto che, a mio modesto avviso, consentono solo in parte di apprezzare la bellezza del monumento. In altre parole visitatelo: dal vivo è tutta un'altra cosa!


Sardo sono


martedì 9 agosto 2016

A su fogu a su fogu 2

- Provo tanta amarezza e rabbia nel vedere la nostra isola “vittima” degli incendi appiccati solo per distruggere o (nella migliore delle ipotesi), incendi per incuria, imperizia e ignoranza (da cui scaturisce l’invidia, l'odio, il gusto della distruzione ecc.).
- Gli incendi come le alluvioni sono eventi provocati quasi sempre dalla mano dell’uomo: si pensi, ad esempio, cosa comporta la mancata pulizia del sottobosco intorno agli alberi secolari, alle querce, alla macchia mediterranea.
- Il fuoco oltre a distruggere il bosco, provoca la morte di tante specie di animali; altera l’ecosistema, elimina risorse utili alle comunità come la legna, la fauna di varie specie, a danno della pastorizia e dell'attività venatoria che, se praticata in modo legale, aiuta molto la salvaguardia  di tutta la flora e la fauna.
- Provoca le frane e le inondazioni in caso di piogge abbondanti, perché mancando gli alberi, l’acqua non trova ostacoli e trascina tutto ciò che trova.
- come sarebbe bello:
 -vedere le estati senza evacuazioni di disperati circondati dalle fiamme in estate o dall’acqua in inverno;
-vedere persone che si godono l’ombra delle nostre piante secolari, magari vicino a una sorgente di acqua fresca da bere;
-vedere le persone andare nei boschi per funghi, asparagi, o a passeggio ecc.
-vedere l’attività della caccia svolta nel rispetto della natura e ricca di soddisfazioni per i cacciatori e le comunità.
-considerare la nostra isola, una parte del nostro cortile o soggiorno sempre godibile e sicuro.


Sardo sono

venerdì 5 agosto 2016

I nostri tesori

Noi sardi, avendo subito sempre invasioni straniere, abbiamo perso (o rinunciato?) una parte della nostra storia o, forse abbiamo permesso loro (per incapacità nostre oppure perchè lo straniero di turno era troppo forte) di scrivere la nostra storia secondo i loro interessi economici, la loro lingua e cultura.
Il tesoro più grande che non potrà mai esserci sotratto è la nostra civiltà che più di ogni altra ci caratterizza e cioè le migliaia di nuraghi sparsi per tutta la Sardegna. Su questo tesoro io credo che non dobbiamo più permettere intromissioni, saccheggi, abbandono, incuria ecc.
Questa civiltà che va dal 1800 a. C. fino al 238 a. C., è stata la più moderna per l’epoca per inventiva e per capacità tecnica. Questi nostri antenati, provenienti da tutto il Mediterraneo, li immagino portatori ognuno di conoscenze e capacità proprie che poi nel tempo, immagino, si sono come “fuse” dando poi origine a una volontà unitaria capace di produrre qualcosa come otto – nove mila nuraghi.
Salvaguardare quest’enorme patrimonio non è cosa semplice; tuttavia ci dobbiamo provare e credere! Condivido le iniziative di nur – net e il Mistero dei nuraghi che possono essere visitati su iternet o su facebook.
Soltanto noi sardi possiamo salvare la Sardegna e protrggerla.


Sardo sono

giovedì 4 agosto 2016

A su fogu, a su fogu!

Come ogni estate, ci risiamo. Gli incendi che distruggono tutto quanto trovano nella loro strada: boschi, campi coltivati a grano e altri cereali, case al mare e montagna, aziende artigiane e agricole, animali bruciati vivi, o salvati per miracolo, persone di tutte le età e condizione intrappolate nelle fiamme che fuggono verso qualsiasi parte col terrore di non farcela (come successe a Tempio Pausania). Dopo il passaggio del fuoco, il panorama è desolante, nero, fuligine e cenere sparsa, trasportata dal vento. Ogni forma di vita si ferma. Il paesaggio infonde rabbia, paura, impotenza, rassegnazione. Il fuoco è bello d’inverno per scaldarsi, per arrostire, per raccontare la vita (contus de forredda), per assaggiare il vino novello, per abrustolire il pane accompagnato magari da una fetta di pecorino alla brace, per fare gruppo tra giovani e anziani e tante altre cose che fanno bene al corpo e…allo spirito!

Sardo sono

sabato 28 maggio 2016

I Sardi pocos locos y mal unidos?

di Francesco Casula - Pubblicato il: 23/09/2013

Noto che intellettuali insospettabili e avveduti continuano a ripetere il becero e trito luogo comune sui Sardi pocos, locos y mal unidos, attribuito a Carlo V, ma mai verificato in alcun documento o altra fonte storica. Del resto l’imperatore poco doveva conoscere la Sardegna se non dai dispacci “interessati” dei vice re: solo due volte la visitò direttamente. Nel 1535 quando durante la spedizione contro Tunisi e i Barbareschi sbarcò a Cagliari trattenendosi alcune ore e nell’ottobre del 1541, nella seconda spedizione, questa volta contro Algeri, il più attivo nido dei Barbareschi. In questo caso la flotta imperiale sostò in Sardegna: ma non – come ebbe a sostenere Carlo V – per visitare Alghero, dove passò la notte del 7, bensì per esserne abbondantemente approvvigionato, a spese della popolazione della città catalana e dell’intero sassarese. Ma tant’è: tale luogo comune – a prescindere da Carlo V – è stato interiorizzato da molti sardi, con effetti devastanti, specie a livello psicologico e culturale  (vergogna di sé, complessi di  inferiorità, poca autostima, voglia di autocommiserazione e di lamentazione) ma con riverberi in plurime dimensioni: tra cui quella socio-economica. I Sardi certo sono pocos: e questo di per sé non è necessariamente un fattore negativo.  Ma non locos: ovvero stolti, stolidi e men che meno imbecilli. Certo le esuberanti creatività e ingegnosità popolari dei Sardi furono represse e strangolate dal genocidio e dal dominio romano.  Ma la Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico  Meloni. E non fu annientata. La resistenza continuò. I Sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos. Certo con catalani, spagnoli e piemontesi furono di nuovo dominati e repressi: ma dopo secoli di rassegnazione, a fine Settecento furono di nuovo capaci ai alzare la schiena e di ribellarsi dando vita a quella rivoluzione antifeudale, popolare e nazionale che porrà la base della Sardegna moderna.
Certo, si è tentato in ogni modo di scardinare e annientare lo spirito comunitario, la solidarietà popolare, quella pluralità di reti sociali e di relazione che avevano caratterizzato da sempre le Comunità sarde con variegati sistemi e costumi solidaristici e di forte unità: basti pensare a s’ajudu torrau o a sa ponidura: costumanza che colpirà persino un viaggiatore e visitatore come La Marmora che [in Viaggio in Sardegna di Alberto Della Marmora, Gianni Trois editore, Cagliari 1955, Prima Parte, Libro primo, capitolo VII., pagine 207-209] scriverà:”. Fra le usanze dei campagnuoli della Sardegna, alcune sono degne di nota e sembrano risalire all'antichità più remota : citeremo le seguenti.
Ponidura o paradura. –  Quando un pastore ha subito qualche perdita e vuol rifare il suo gregge, l'usanza gli dà facoltà di fare quel che si dice la ponidura o paradura. Egli compie nel suo villaggio, e magari in quelli vicini, una vera questua. Ogni pastore gli dà almeno una bestia giovane, in modo che il danneggiato mette subito insieme un gregge d'un certo valore, senza contrarre alcun obbligo, all'infuori di quello di rendere lo stesso servizio a chi poi lo reclamasse da lui…” 
Così le identità etnico-linguistiche, le specialità territoriali e ambientali, le peculiarità tradizionali, pur operanti in condizioni oggettive di marginalità economica sociale e geopolitica permangono. I Sardi infatti, nonostante le tormentate vicende storiche costellate di invasioni, dominazioni e spoliazioni, hanno avuto la capacità di metabolizzare gli influssi esterni producendo una cultura viva e articolata che ha poche similitudini nel resto del mediterraneo. Basti pensare al patrimonio tecnico-artistico, alla cultura materiale e artigianale, alla tradizione etnico-musicale connessa alla costruzione degli strumenti, alla complessa e stratificata realtà dei centri storici e delle sagre, agli studi sulla realtà etno-linguistica, alla straordinaria valenza mondiale del patrimonio archeologico e dei beni culturali, all’arte: da quella dei bronzetti a quella dei retabli medievali; dagli affreschi delle chiese ai murales, sparsi in circa duecento paesi; dalla pittura alla scultura moderna.
Ma soprattutto basti pensare alla Lingua, spia dell’Identità e substrato della civiltà sarda. Entrambe non totem immobili (sarebbero state così destinate a una sorte di elementi museali e residuali) ma anzi estremamente dinamiche. La poesia, la letteratura, l’arte, la musica, pur conservando infatti le loro radici in una tradizione millenaria, non hanno mai cessato di evolversi, aprirsi e contaminarsi, a confronto con le culture altre. Soprattutto questo avviene nei tempi della modernità, a significare che la cultura sarda non è mummificata. Anche il diritto consuetudinario – padre e figlio di quel monumento della civiltà giuridica che è la Carta de Logu – si è trasformato nel tempo, anche se la sua applicazione concreta (per esempio il cosiddetto “Codice barbaricino”) è da un lato costretta alla clandestinità e dall’altro a una restrizione alla società del “noi pastori”. Solo la crescita e l’affermarsi di studiosi, sardi non tanto per anagrafe quanto per autonomia dall’accademia autoreferente, ha fatto sì che gli elementi fondanti la cultura e la civiltà sarda passassero dall’enfasi identitaria alla fondatezza scientifica. Alla straordinaria ricchezza culturale sono tuttavia spesso mancati, almeno fin’ora, i mezzi per una crescita e prosperità materiale adeguata. Oggi, dopo il sostanziale fallimento dell’ipotesi di industrializzazione petrolchimica, si punta molto sull’ambiente e sul turismo, settore quest’ultimo sicuramente molto promettente, purché si integri con gli altri settori produttivi, ad  iniziare da quelli tradizionali come l’agricoltura, la pastorizia e l’artigianato. La struttura economica sarda infatti è sempre stata fortemente caratterizzata dalla pastorizia, che oggi però con i suoi quattro milioni di pecore, sottoposta com’è a processi di ridimensionamento dalle politiche dell’Unione europea, rischia una drammatica crisi.

martedì 15 marzo 2016

Idi di marzo

Gaio Giulio Cesare

Il primo triumvirato, l'accordo privato per la spartizione del potere con Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso, segnò l'inizio della sua ascesa. Dopo la morte di Crasso (Carre, 53 a.C.), Cesare si scontrò con Pompeo e la fazione degli Optimates per il controllo dello stato. Nel 49 a.C., di ritorno dalla Gallia, guidò le sue legioni attraverso il Rubicone, pronunciando le celebri parole «Alea iacta est», (“il dado è tratto”) e scatenò la guerra civile, con la quale divenne capo indiscusso di Roma. Alla vigilia dell'omicidio, Calpurnia, la moglie di Cesare, donna del tutto priva di superstizioni religiose, fu sconvolta da sogni in cui la casa le crollava addosso, e lei stessa teneva tra le braccia il marito ucciso. Lo stesso Cesare sognò di librarsi nell'etere, volando sopra le nubi e stringendo la mano a Giove. Il giorno successivo, quello delle Idi di marzo, il 15 del mese, Calpurnia pregò dunque Cesare di restare in casa, ma quegli, che la sera prima aveva detto, a casa di Lepido, che avrebbe preferito una morte improvvisa allo sfinimento della vecchiaia, sebbene si sentisse poco bene, fu convinto dal congiurato Decimo Bruto Albino a recarsi comunque in senato.
Entrato in senato, si andò a sedere ignaro al suo seggio, dove fu subito attorniato dai congiurati che finsero di dovergli chiedere grazie e favori. Mentre Decimo Bruto intratteneva il possente Antonio fuori dalla Curia, per evitare che prestasse soccorso, al segnale convenuto, Publio Servilio Casca Longo sfoderò il pugnale e colpì Cesare al collo, causandogli una ferita superficiale e non mortale. Cesare invece, per nulla indebolito, cercò di difendersi con lo stilo che aveva in mano, e apostrofò il suo feritore dicendo: "Scelleratissimo Casca, che fai?" o gridando "Ma questa è violenza!" Casca, allora, chiese aiuto al fratello, e tutti i congiurati che si erano fatti attorno a Cesare si scagliarono con i pugnali contro il loro obiettivo: Cesare tentò inutilmente di schivare le pugnalate dei congiurati, ma quando capì di essere circondato e vide anche Bruto farglisi contro, raccolse le vesti per pudicizia e alcuni dicono si coprisse il capo con la toga prima di spirare, trafitto da ventitré coltellate. Cadde ai piedi della statua di Pompeo, pronunciando le ultime parole che sono state riferite in vario modo:
  • Tu quoque, Brute, fili mi! ("Anche tu Bruto, figlio mio!").

Svetonio gli attribuisce numerose relazioni, che gli costarono anche notevoli somme di denaro; lo stesso autore dice peraltro che il suo più grande amore fu Servilia Cepione, madre di Marco Giunio Bruto, che fu sua amante per moltissimi anni ed alla quale fece favolosi doni. Proprio questo rapporto sarebbe all'origine della celebre frase sopra citata e pronunciata nei confronti di Bruto mentre veniva colpito da quest'ultimo.